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MONSANTO AND HEALTH CANADA CANNABIS

Mentre in Canada, grazie al monopolio, il Dipartimento della Salute, la Monsanto e la Cannabis viaggiano già sullo stesso binario, in Italia quali saranno le multinazionali affiancheranno l'intergruppo nella nuova corsa all'oro? Hanno già deciso a chi affidare le poche concessioni del futuro monopolio e c'è chi già sa di farne parte, ancora prima che la legge venga varata?

fonte:http://www.millionmarijuanamarch.info/2-non-categorizzato/48-monsanto-and-health-canada-cannabis.html

 

Al fine di facilitarne la diffusione, oltre che per invitare tutti e tutte a riflettere, proponiamo di seguito la traduzione in italiano di un articolo da noi ritenuto molto descrittivo dello stato dell’arte, pubblicato lo scorso primo febbraio sul portale Cannabis in Canada, uno tra i più accreditati di tutta la comunità cannabica canadese.

Ciò che viene messo in evidenza nell’articolo è l’aggravarsi costante di una situazione già critica in precedenza e che, in passato, anche noi avevamo fatto il possibile per descrivere dal nostro sito web, attraverso la pubblicazione nel maggio 2014 di due approfondimenti sui pericoli della finanza che si avventa nella nuova corsa all'oro.

Esempio drammatico di come, oltre al danno, a volte capiti di dover subire anche la beffa, questi sciacalli senza alcun ritegno trasformano in lecito profitto per se stessi ciò che fino ad un attimo prima – e sempre per salvaguardare i propri interessi – ci hanno tenacemente vietato in nome del proibizionismo, persino a chi pareva essersene (temporaneamente) liberato (vedi:http://goo.gl/rnJNKO).

Stiamo parlando del monopolio della cannabis in Canada, uno stato federale assai lontano dalla nostra realtà, ma non abbastanza da non poter scorgere numerose analogie con l’Italia per quanto riguarda l’approccio dei rispettivi governi nei confronti della stessa tematica.

Fino all’entrata in vigore della normativa del 2013, con cui è stato definitivamente regolato l’impiego della medical cannabis in Canada, il precedente decreto del 2001 aveva infatti la stessa impostazione della proposta di legge recentemente depositata presso il parlamento italiano dal cosiddetto "Intergruppo Cannabis Legale", caratterizzata da una (apparente) apertura allacoltivazione personale ed allo sviluppo dei Cannabis Social Clubs, seppur di fatto vincolata ad un regime di monopolioche, nel caso del Canada, non ha tardato a prendere il sopravvento.

Nell’aprile 2014, infatti, con un decreto promulgato per questione di sicurezza e salute pubblica – e grazie ad un archivio con le generalità di tutti i fruitori della “libera” coltivazione di cannabis e l’esatta ubicazione delle coltivazioni, che era obbligatorio comunicare per ottenere le concessioni – il nuogo governo di destra canadese, che da poco era cambiato, ha imposto a più di trentasettemila privati cittadini di distruggere le proprie piante, i semi ed eventuali scorte di cannabis legalmente detenute fino a quel momento, affidandone la produzione e la vendita a pochissime società concessionarie, ad oggi circa 27 in tutto il paese.

Quali avrebbero potuto mai essere le conseguenze più o meno immediate dell’accentramento dell’offerta nelle mani di un solo fornitore che opera protetto da barriere giuridiche impenetrabili, per tutti coloro che sono stati costretti ad accettarecompromessi definiti “necessari”, ma che palesemente corrispondono alla tutela degli interessi di pochi, in cambio della privazione dei diritti, della dignità e del benessere dei popoli, è abbastanza facile immaginarlo e, a tal proposito, nostro malgrado, il Canada né è la testimonianza concreta per tutti, fatta eccezione per chi preferisce far finta di non vedere.

Non solo il prezzo medio della cannabis canadese ha via via subìto un vertiginoso aumento (dai precedenti 3-4 dollari canadesi al grammo, agli attuali più di 12), con una diminuzione altrettanto drastica delle varietà fino a quel momento disponibili, ma c’è anche molto altro di ben peggiore. Alle pochissime società concessionarie di medical cannabis, infatti, vanno imputati l’impiego di tecniche di coltivazione pericolose e l’utilizzo di prodotti nocivi, con il tacito benestare del Dipartimento della Salute canadese ed il coinvolgimento di multinazionali del calibro della Monsanto.

Quanto sta avvenendo in Canada – che è possibile approfondire proseguendo la lettura dell’articolo di seguito tradotto – accorcia terribilmente le distanze tra noi ed una realtà (apparentemente) così lontana, non solo in virtù dell’empatia istintiva e solidale che in questo momento è impossibile non provare per la comunità cannabica canadese, costretta a dover spezzare catene ancora più corte da poco reintrodotte, ma anche per via di quelle analogie di cui sopra, che è inevitabile si trasformino in minacce tangibili e reali per noi, qui in Italia. Il nostro è un paese con la fama tristemente nota in tutto il mondo per essere uno tra i più corrotti e più collusi di sempre, dove la responsabilità e l’etica politica non sono di casa e tutto è in vendita al miglior offerente, compresi i Diritti dei cittadini.

Del resto, è bastato che la proposta di legge per il monopolio fosse semplicemente depositata in parlamento per assistere alla nascita “improvvisa” ed al rapito incalzare sulle principali testate giornalistiche online di una specie di brand nazionale della cannabis, con lo stesso nome di un marchio europeo registrato dalla Nestlé: (vedi:https://oami.europa.eu/eSearch/#details/trademarks/W10388333). Nessuno sa bene chi siano costoro e perché mai godano di tanta visibilità sui media, dato che per motivi incomprensibili hanno deciso di mantenere il più assoluto anonimato, ma il fatto che si ispirino al modello Eataly è già tutto un programma (vedi: http://goo.gl/4qYdkr).

Promettono di fare faville non appena sarà istituito il monopolio di stato per la commercializzazione della cannabis e, intanto, non avendo alcuna intenzione di perdere tempo, stanno già diffondendo attraverso il proprio sito web le condizioni commerciali per l’apertura dei franchising: 25.000 EURO in “diritti d’ingresso” ed almeno 40.000 EURO per l’arredamento uniformato dei punti vendita, con l’intento di introdurre ogni mese sul mercato nuove varietà di cannabis protette da copyright (vedi: http://goo.gl/gvehhQ).

 

Ci chiediamo chi ci sia dietro questo progetto e le ragioni di così tanta ed incondizionata fiducia, persino da quella rivista di settore che si definisce “LA PIÙ CORAGGIOSA D’ITALIA”, ma che di fatto si mostra accondiscendente e servile come al solito, proponendo un’intervista priva delle più elementari domande (vedi: http://goo.gl/0353tF). Perché mai un imprenditore che volesse investire nella “cannabis legale” dovrebbe affidarsi ad una formula di franchising (pure piuttosto esosa per affiliazione e arredi conformi al marchio)?

Questa formula sottintende uno scenario nel quale chi ambirebbe ad ottenere concessioni commerciali dovrebbe rivolgersi a loro per le sub concessioni, non potendo aprire un’attività di questo tipo se non esclusivamente affiliandosi ad uno dei pochi concessionari autorizzati dal monopolio, con l’obbligo di vendere ai loro prezzi, solo le varietà imposte e con le loro tecniche di coltivazione. C’è forse qualcuno che conosce questa legge e i suoi capitolati applicativi prima ancora che la legge stessa venga promulgata? C’è chi già oggi sa quante e a chi verranno affidate le concessioni e, grazie alla certezza di essere tra costoro, è già ora in grado di sviluppare il proprio business plan raccogliendo prenotazioni per i suoi futuri sub-appalti?

Per quanto ci riguarda, fatto salvo il DIRITTO IRRINUNCIABILE di ognuna/o di coltivare le proprie piante di cannabis, individualmente oppure in forma associata, come ben chiarito nella Carta di Genova 2014 agli ARTT. 12, 13 e 14 (vedi:http://goo.gl/DUMgd3), noi non avremmo nulla in contrario – e lo abbiamo ampiamente spiegato – se, chi preferisse comunque acquistare piuttosto che autoprodurre, si rivolgesse ai concessionari del mercato governativo, ai tabaccai, ai negozi specializzati o “franchising” che dir si voglia.

Non siamo contro il mercato e neppure contro i controlli qualitativi delle società concessionarie che si occuperebbero della produzione su larga scala, tant’è che sono espressamente nominate le aziende negli ultimi righi dell’ART. 13 della citata “Carta di Genova 2014”, che così recita: “… Inoltre, per tutte le associazioni o aziende che producono per conto terzi, vanno previsti standard qualitativi nel rispetto dei dettami dell’agricoltura biologica, da verificare con analisi periodiche e certificate …”.

Tuttavia, fatte queste premesse, qualora il senatore Benedetto Della Vedova (& Co.) non volessero prenderle in seria considerazione, confidando illusoriamente in una nostra rassegnazione alla beffa di dover comprare in un regime di monopolio e ai loro prezzi, solo le varietà imposte dalle multinazionali e con le loro tecniche di coltivazione, probabilmente rimarrebbero molto sorpresi nel constatare quanto siano numerose le persone che sbarrerebbero loro la strada.
 
Non siamo gli unici al mondo a rifiutare e contrastare il monopolio e i suoi oligopoli sottoprodotti e, infatti, proprio per questi stessi motivi, nel novembre 2015 il 64% dei residenti in Ohio ha bocciato tramite referendum la “Issue 3”, che avrebbe affidato produzione e distribuzione al monopolio. Bocciarono il referendum pro monopolio non perché proibizionisti, ma proprio perché l’opinione pubblica dell’Ohio, in larghissima maggioranza a favore della legalizzazione, decise così scegliendo di non proibire la coltivazione personale (vedi: http://goo.gl/XTJjmb).

OHIO ISSUE 3 REFERENDUM

Se non tolgono la comunicazione obbligatoria del luogo delle coltivazioni e se non avremo nel testo garanzie sufficienti che le coltivazioni personali, casalinghe o in associazione sul modello dei CSC non verranno mai più cancellate alla successiva finanziaria, noi ci metteremo di traverso, mentre, invece, se facessero retromarcia ascoltandoci, dando a noi ciò che già ci appartiene come il diritto alla autoproduzione, invece di contrastarli riempiremmo le piazze a favore di una proposta che diverrebbe una mediazione accettabile.

Del resto, seppur inascoltati, noi abbiamo iniziato a riempire le piazze contro la legge Fini-Giovanardi molti anni prima che divenisse legge e fino alla sua cancellazione, ad opera della Corte Costituzionale e non certo per merito del parlamento, che sotto la “guida” del governo Letta, tentò addirittura di salvarla, chiedendo l’intervento dell’Avvocatura Dello Stato (vedi:http://goo.gl/px9gCG).

Dove erano questi intergruppisti e cosa hanno fatto in questo ultimo decennio per tentare di cancellarla?

Il loro coordinatore e primo estensore di quella che oggi è definita la proposta per la cannabis legale, il senatore Della Vedova, è stato eletto nel 2006, alle elezioni di pochi mesi dopo il decreto per le olimpiadi di Torino, nel quale fu inserita la Fini-Giovanardi poi trasformata in legge che non a caso è la 49/06.

Della Vedova fu candidato come indipendente nelle liste di Forza Italia, nella circoscrizione Piemonte 1, subito dopo la sua elezione aderì al gruppo parlamentare di Forza Italia (vedi: https://goo.gl/nMC7WJ), formazione propulsiva di quella destra allora di governo che volle fortemente, ottenne e difese quella legge non più in vigore dal febbraio 2014 e che procurò innumerevoli sciagure. 
 
Tranne rare eccezioni come Luigi Manconi, dov’erano i parlamentari del PD che ora affollano l’Intergruppo Cannabis Legale, quando persone innocue e pacifiche come Aldo Bianzino venivano arrestate per poche piante personali nel proprio orto, in località remota e isolata tra i monti umbri, morendo in carcere a poche ore di distanza? E cosa fecero per cancellare quella legge dal 2006 al 2014?

Cosa fece l’attuale PD che, seppur con nomi diversi, in quegli anni fu più volte al governo? Dal 2006 al 2008 erano l’Ulivo diProdi, dal 2011 al 2013 nel governo Monti e dal 2013 al 2014 nel governo Letta, che cadde il 14 febbraio del 2014, all’indomani della sentenza della Corte Costituzionale che cancellò la Fini-Giovanardi. Cosa fece Pippo Civati nel PD, dalla fondazione nel 2007 fino alla sua recente fuoriuscita, per fondare un “nuovo” partito “Possibile”? Cosa facevano prima della loro elezione i senatori e deputati del Movimento 5 Stelle aderenti all’Intergruppo, dei e delle quali non ci risultano personali e precedenti impegni antiproibizionisti?

Possibile che ora si scoprono tutti pro legalizzazione e quanto questo dipende dal fatto che si tratta di un mercato stimato in diversi miliardi di euro annui?

Diffidiamo dai politici per professione, lautamente pagati con denaro pubblico, imbonitori per lavoro che mai hanno coltivato e mai si coltiverebbero una sola pianta rischiando la galera e domandatevi quale possa essere la cannabis migliore e più sicura per il vostro consumo, quella coltivata personalmente e/o da persone di propria fiducia oppure quella che vorrebbero, con l’inganno, costringervi ad acquistare dai concessionari del monopolio.

Come avrete modo di leggere nell’articolo che segue, l’autoproduzione e la cannabis bene comune sono oramai divenuti presupposti inderogabili oltre che per motivi etici anche per questione di sicurezza e salute pubblica.

http://cannabisincanada.ca/monsanto-and-health-canada-cannabis/

 

 

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